L'ex ministro della Giustizia Roberto Castelli: "la magistratura resta una casta totalmente autoreferenziale, sempre più lontana dal sentimento dei cittadini"

 

Ringraziamo per la disponibilità, Roberto Castelli, Ministro della Giustizia ai tempi dei governi Berlusconi, oggi è il Segretario federale del Partito Popolare del Nord. 

Iniziamo questa intervista chiedendo: cosa è rimasto dell'eredità politica della Lega Nord?

“In questo dobbiamo distinguere tra il partito e l'opinione pubblica del Nord, perché per quanto riguarda il partito, la Lega Salvini-Premier, che ha cambiato nome, ha cambiato filosofia, ha cambiato tutto, del Nord non ha quasi più nulla. Nel senso che Salvini, anni fa, sull'onda del successo delle europee, si monta la testa, crede di diventare presidente del Consiglio e quindi ha bisogno dei voti non soltanto del Nord, ma di tutto il Paese. Quindi butta a mare tutta quella che è stata la narrazione della Lega Nord, cioè un partito difensore degli interessi del Nord per diventare un partito di destra nazionale. Oggi lui è prigioniero di questa, di questa sua configurazione, anche se il progetto di diventare premier è fallito, ma non può più tornare indietro, perché stanno tentando adesso, qualche entità locale della Lega, a recuperare un po' i valori di una volta, ma ormai hanno perso qualsiasi identità. Quindi la giustizia è partita da questo punto. Diverso è il sentiment che c'è tra la popolazione, anche se devo dire che il tema del Nord, il tema del federalismo, il tema dell'autonomia, dopo tanti anni di battaglie che hanno portato, diciamocelo, in realtà pochi risultati, c'è un forte senso di stanchezza”.

- Ecco, parlando di questi anni di gestioni di Salvini: secondo lei hanno fatto perdere i valori su cui era stato creato il Carroccio?

“Eh, sì. Sono stati abbandonati completamente ormai da anni. Quindi il grande megafono, che era la Lega, che era un grande partito che aveva guidato e quindi era fortemente sempre ascoltato dai media, non c'è più. Noi abbiamo tentato, nel nostro piccolo, di cercare di fondare un partito sulle idee di federalismo, di autonomia, di cui riteniamo il Paese abbia assolutamente bisogno, ma chiaramente il nostro megafono non è paragonabile a quello della Lega, per cui il nostro messaggio è fatto in modo diverso”.

- Quel sentimento che ha animato la Lega della prima ora, secondo lei, è ancora presente?

“Diciamo che è ancora presente, ma in maniera molto inferiore a quello che era la situazione quando la Lega è esplosa negli anni Ottanta, dove c'era un fortissimo desiderio da parte dei cittadini, soprattutto del Nord, di poter operare e lavorare in piena libertà. Lo Stato era visto come una presenza burocratica che impediva la libertà di azione, la libertà di intrapresa. Lo Stato era inteso come un ente tassatore che tassava oltre misura il lavoro del Nord, e quindi c'era questa, questa volontà di liberarsi di questi lacci lacciuoli. Oggi, che siamo in grave recessione economica, invece lo Stato - e anche sociale, direi - invece lo Stato, da molti strati della popolazione, viene visto come l'ancora di salvezza. Da qui nascono i redditi di cittadinanza, nascono i PNRR, nasce il bonus fiscale, tutte le elargizioni che lo Stato concede per cercare di, diciamo, attenuare la sofferenza della popolazione. E quindi lo Stato, ovviamente, è centralista, e quindi diciamo che l'idea centralista sta sopravanzando l'idea autonomista. L'idea autonomista è un'idea di libertà, dei territori, libertà di intraprendere, libertà di fare. Lo Stato centralista è una cappa che però ti dà l’elemosina, ti consente di campare”.

- Ritiene ancora possibile una confederazione fra movimenti autonomisti e indipendentisti presenti sul territorio per il raggiungimento del federalismo?

“Mah, io non la ritengo possibile, la ritengo ineludibile. Se non arriviamo a concentrare e a coagulare tutte quelle forze che ancora esistono, sparse un po' in tutto il Paese, per arrivare a una massa critica che possa, ad esempio, partecipare alle elezioni, possa farsi ascoltare dall'opinione pubblica, possa imporsi anche sui media, noi non arriveremo da nessuna parte. Divisi non abbiamo speranze. Io sto lavorando molto in questo senso; già in passato avevo tentato degli esperimenti di questa natura, non so, forse qualcuno si ricorderà del nostro avvicinamento a Sud chiama Nord anni fa per le europee, perché riteniamo che le forze autonomiste, che peraltro esistono un po' in tutto il Paese, chiaramente più al Nord che al Sud, ma anche al Sud vediamo che ci sono questi afflati, si devono riunire. Se non ce la facciamo a riunirci, abbiamo perso di sicuro. Se riusciamo a riunirci, qualche speranza c'è”.

- Ecco, parlando di federalismo: quale modello ritiene più attuabile per la realtà italiana?

“Ma guardi, stavo leggendo adesso un libro sui dialoghi di Miglio e La Barbera, in cui teorizzavano le varie forme di federalismo. Da un punto di vista politico, la storia non consente delle riforme così avanzate. Io credo che in questo momento sia verosimile riuscire a arrivare a delle forme di forte autonomia, perché la Costituzione oltretutto ce lo consente. Non c'è necessità di cambiare nulla, non c'è necessità di fare cambiamenti costituzionali che abbiamo visto come siano molto difficili nel nostro Paese, e quindi con una Costituzione vigente si può arrivare a liberare un po' i territori da questo gioco statale. Ultima non minore la questione del residuo fiscale che tormenta il Nord, e cioè quella massa di fondi che vanno a Roma e non vengono, e non tornano più indietro sotto forma di servizi. Roma se li mangia, non so dove li metta, ma sono cifre ormai gigantesche, di cui il Nord viene depauperato, e quindi il risultato è che il Paese non cresce, perché il Nord è sempre stato la locomotiva. Adesso vediamo che sono anni che il Sud sta superando la crescita nel PIL rispetto al Nord. Questo sarebbe un bene, lo vedremo adesso nei prossimi anni, se è segno di uno sviluppo economico reale. Se invece è segno di alcune operazioni di natura straordinaria, come il bonus, i super bonus, i PNRR e la costituzione delle ZES, le famose zone economiche speciali, allora sarebbe una crescita drogata. Noi ovviamente auspichiamo che sia una crescita duratura, e quindi se è tale, ben venga che anche superi il Nord. Se invece è legata semplicemente a una straordinaria elargizione di fondi, allora c'è qualcosa che non quadra”.

- L'ipotesi di un referendum sul modello del Donbass, che ha fatto capo al principio di autodeterminazione dei popoli, sancito dall'ONU, è secondo lei percorribile?

“Ecco, il momento storico ci dice che questa sarebbe una fuga in avanti totalmente non fattibile nel nostro Paese. Ma non riusciamo neanche a avere uno straccio di miserabile autonomia su alcune materie secondarie, figuriamoci se riusciamo a portare avanti un referendum per l’autodeterminazione dei popoli. Ricordo che la maggior parte di questo tipo di operazioni sono avvenute con la violenza. Il Kosovo è stato liberato dalla Serbia con gli americani che hanno bombardato la Serbia; sul Donbass vediamo cosa è successo. La Slovenia si è liberata durante la guerra nei Balcani, quindi no, non è assolutamente percorribile in questo momento storico. Vogliamo perseguire traguardi più realistici”.

- Cosa si propone il Partito Popolare del Nord?

“Il Partito Popolare del Nord a breve termine si propone di non lasciare cadere la fiammella dell'idea del federalismo e dell'autonomia, che noi riteniamo sia assolutamente una ricetta vincente per tutto il territorio. Perché ormai - ma scusate, facciamoci questa domanda - sono ormai anni, sono vent'anni, anzi ormai venticinque, che l'Italia non cresce, e tutti denunciano che non cresce. Ma domandiamoci il perché. Vedevo anche oggi un dotto articolo su “Il Sole 24 Ore” dell'Italia che non cresce. Vi ringrazio, lo so anch'io che non cresce, ma vediamo di trovare le soluzioni. Noi riteniamo che la soluzione sia nel liberare le forze dei territori, ovviamente abbassando le tasse, eliminando gli sprechi e tenendo le risorse, per quanto è possibile, sul territorio per poterlo sviluppare. E questa, quindi, la nostra azione a breve termine è tenere alta questa idea. A lungo termine è arrivarci. Noi riteniamo sia possibile arrivarci a medio-lungo termine”.

- L'ipotesi di una duplice azione fra Nord e Sud che uniti abbattono il regime centralista romano, considerando il clima di rabbia e sfiducia che anima gran parte della popolazione, può essere rilanciata?

“Secondo me sì. Come dicevo, se è vero quello che dico, e cioè che tutte le forze autonomiste si devono alleare, allora deve essere alleata anche, evidentemente, una grande azione che tenga presente sia le esigenze del Nord che quelle del Sud”.

- Ultima domanda: lei che è stato a capo del Ministero della Giustizia, cosa proporrebbe oggi per riformare in maniera organica una giustizia percepita sempre più lontana dalla gran parte dei cittadini?

“Direi una parte delle riforme che c'erano, la riforma Nordio, che è stata poi bocciata dai cittadini, che l'hanno bocciata solo per partito preso, perché la materia è talmente complicata che sfido chiunque che abbia compreso cosa votavano. Parlo del cittadino medio, ma anche di qualche parlamentare, diciamoci la verità. E quindi è stato un voto di natura politica che ci ha fatto un danno enorme, perché oggi la magistratura resta una casta totalmente autoreferenziale, sempre più lontana dal sentimento dei cittadini, e questo porterà dei gravissimi danni alla nostra società. Quindi io direi, come prima cosa, bisognava riformare il CSM, su questo non c'era il minimo dubbio, riformare la sua struttura, fondare una sezione disciplinare staccata dal CSM, perché non è possibile che i magistrati si autocontrollino. Non esiste in nessun luogo, altrimenti si diventa veramente una casta autoreferenziale. E poi, ma ci creda o meno, la separazione delle carriere, che per me non era affatto fondamentale. Dico un'ultima cosa, che non è stata ancora affrontata: si parla tantissimo della lentezza dei processi in Italia, è vero. Però su questo punto io spezzo una lancia a favore dei magistrati, perché ricordo che ogni anno si scaraventano sul sistema della magistratura milioni di processi, oltre tre milioni di processi civili e altrettanti di processi penali. È chiaro che un sistema non regge se deve gestire sei milioni di processi all'anno. Quindi questo è un tema molto, molto grosso, che anch'io ho cercato di affrontare: bisogna ridurre assolutamente tutte quelle questioni che arrivino a dibattimento. Devono arrivare a dibattimento soltanto le cose importanti”.

Francesco Montanino


                                         Video intervista Sen. Roberto Castelli




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