LONDRA TREMA, I POPOLI SI SVEGLIANO. E ANCHE IL SUD ITALIA CON AUSONIA GUARDA OLTRE ROMA!

 

Il Regno Unito sta attraversando una fase di forte spinta indipendentista: il 14 settembre 2026 i leader politici di Scozia, Galles e Irlanda del Nord si sono riuniti a Cardiff firmando un memorandum storico per rivendicare il diritto all'autodeterminazione, all'indipendenza da Londra. Per la prima volta nella storia, le tre nazioni celtiche condividono contemporaneamente una forte leadership nazionalista e indipendentista, coordinando un'azione politica comune nei confronti del governo centrale britannico. 

C’è una domanda che attraversa l’Europa e che gli Stati centralisti preferirebbero non sentirsi rivolgere: chi è il padrone del destino di un popolo? Lo Stato che lo contiene oppure il popolo stesso?

Dalla Scozia al Galles, passando per l’Irlanda del Nord, il Regno Unito continua a confrontarsi con una questione che secoli di centralismo non sono riusciti a cancellare: l’esistenza di comunità politiche che rivendicano il diritto di decidere autonomamente il proprio futuro.

E quanto sta accadendo oltre Manica dovrebbe interessare molto anche noi. Perché la stessa domanda, con una storia e un quadro giuridico completamente differenti, può essere posta nel cuore del Mediterraneo.

SCOZIA: IL VOTO CHE LONDRA NON VUOLE CONCEDERE

La Scozia ha già votato una volta. Era il 2014. Vinse il “No” all’indipendenza. Ma la storia non si è fermata quella notte. Nel maggio 2026 il Parlamento scozzese ha approvato, con 72 voti favorevoli e 55 contrari, una mozione che chiede al governo britannico di concedere un nuovo Section 30 Order, lo strumento utilizzato nel 2014 per consentire a Holyrood di organizzare legalmente il referendum. Nell’agosto 2026 il governo scozzese ha compiuto un altro passo, pubblicando una nuova bozza di legge referendaria. La domanda proposta è quella, semplicissima, del 2014: “Should Scotland be an independent country?”

Il problema è che Westminster continua a dire no. Ed è qui che emerge la contraddizione politica: un Parlamento territoriale può chiedere di consultare nuovamente i propri cittadini, ma secondo l’attuale assetto costituzionale britannico non può farlo unilateralmente.

La Corte Suprema del Regno Unito lo ha stabilito nel 2022: la materia appartiene alle competenze riservate a Westminster. Legalmente il quadro è chiaro. Politicamente, però, la domanda rimane: per quanto tempo un governo centrale può rifiutare una consultazione richiesta da una maggioranza parlamentare indipendentista?

GALLES: L’INDIPENDENZA NON È PIÙ UNA PAROLA PROIBITA

Anche il Galles si muove. Qui il percorso è meno avanzato rispetto alla Scozia e non esiste oggi un referendum imminente. Ma il salto politico è evidente: Plaid Cymru ha posto apertamente il tema del diritto dei gallesi a determinare il proprio futuro costituzionale. Il suo programma per le elezioni del 2026 ha chiesto formalmente che venga trasferito al Galles il potere di stabilire tempi, domanda e procedura di un eventuale referendum sull’indipendenza. Anche qui, però, la chiave della porta rimane nelle mani del centro. Per trasferire quella competenza è necessario modificare l’attuale quadro della devolution britannica con il coinvolgimento di Westminster. Ed eccolo nuovamente, il paradosso.

Per chiedere al proprio popolo se vuole essere libero di decidere da sé, bisogna prima chiedere il permesso allo Stato dal quale ci si vorrebbe eventualmente separare.

IRLANDA DEL NORD: QUI LA PORTA ESISTE GIÀ

Il caso nordirlandese è ancora diverso. Gli Accordi del Venerdì Santo e il Northern Ireland Act del 1998 hanno incorporato un principio fondamentale: lo status dell’Irlanda del Nord dipende dal consenso della sua popolazione. Se apparisse probabile che la maggioranza degli elettori fosse favorevole all’unificazione dell’Irlanda, il Segretario di Stato britannico avrebbe il dovere di convocare un border poll. Non significa che l’unificazione sia oggi decisa. Non significa neppure che il referendum sia imminente. Significa qualcosa di altrettanto importante: il meccanismo giuridico per cambiare sovranità esiste già. Il futuro costituzionale dell’Irlanda del Nord non è quindi, almeno in linea di principio, una questione cristallizzata per l’eternità. Può cambiare attraverso il voto.

E POI C’È AUSONIA

Ed eccoci a casa nostra. Può esistere un’Ausonia capace di decidere autonomamente il proprio destino?

La Repubblica Federale di Ausonia oggi non è uno Stato. Non ha lo status costituzionale della Scozia o del Galles e non dispone di un accordo internazionale equivalente a quello nordirlandese. Negarlo significherebbe indebolire, non rafforzare, la battaglia politica.

Ma proprio l’esperienza britannica dimostra una cosa: gli assetti territoriali non sono necessariamente eterni. Possono essere discussi. Possono essere contestati. Possono essere sottoposti alla volontà popolare quando l’ordinamento crea gli strumenti per farlo. È su questo terreno che si svilupperà la nostra proposta. Non attraverso scorciatoie giuridiche inesistenti, ma attraverso la costruzione di consenso popolare, rappresentanza politica, identità territoriale e una procedura democratica credibile. La questione non dovrebbe essere imposta con la forza né decisa nelle stanze di qualche palazzo. Dovrebbero essere i cittadini interessati a pronunciarsi.

DA EDIMBURGO A NAPOLI, LA STESSA DOMANDA

Scozia, Galles e Irlanda del Nord raccontano tre storie differenti.

La Scozia chiede nuovamente di votare. Il Galles cerca di conquistare il potere di poterlo fare. L’Irlanda del Nord possiede già una procedura giuridica attraverso la quale il proprio status può cambiare. La Repubblica Federale di Ausonia parte molto più indietro e all’interno di un ordinamento completamente diverso. Ma la domanda politica può essere la stessa. Chi deve avere l’ultima parola sul futuro di un territorio e della comunità che lo abita? Per gli indipendentisti la risposta è semplice: i cittadini di quel territorio. Ricordiamo tra l'altro i due disegni di legge presentati in Parlamento dal movimento politico Lega Sud Ausonia sulla istituzione del Parlamento del Sud.

Non Londra per gli scozzesi. Non Westminster per i gallesi. Non una decisione eterna presa altrove per gli irlandesi del Nord. E, nella prospettiva che proponiamo, non Roma per l’Ausonia.

Un referendum non garantisce l’indipendenza. Garantisce qualcosa di precedente all’indipendenza: la possibilità di scegliere. Ed è precisamente da lì che può cominciare qualsiasi autentico processo di autodeterminazione. Prima il diritto di decidere. Poi decideranno i popoli.

Francesco Montanino


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